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I Progetti Integrati di Area
di Carlo Mariani

Come nasce la progettazione integrata di area

Con le modifiche apportate nel 1993 alla legge regionale 53/81, l’obiettivo prioritario delle politiche regionali è stato quello di contribuire al successo scolastico, avendo ormai da tempo garantito – come del resto è già indicato nel rapporto sul diritto allo studio in Toscana del giugno 1992 – l’accesso scolastico all’utenza delle zone più marginali della regione. La novità principale del Piano d’Indirizzo per i diritto allo studio 1994/1996 è stata l’introduzione della Progettazione Integrata di Area per combattere i fenomeni di disagio scolastico e di dispersione, che, seppur limitati, sono presenti anche nella nostra regione, ma soprattutto per elevare la qualità degli studi e la produttività del sistema educativo nel suo complesso e di conseguenza il successo scolastico degli studenti, ritenendo strumenti utili l’integrazione, la continuità educativa, il rapporto con il territorio ossia gli elementi fondanti di un sistema educativo integrato. I Progetti Integrati di Area d’altra parte, ben accolti dal territorio (gli enti locali in Toscana hanno svolto un ruolo centrale in materia scolastica fino dagli anni Sessanta) sono stati uno strumento importante per favorire i nuovi percorsi delineati dalle ultime novità legislative (dal decentramento, all’autonomia scolastica, all’integrazione istruzione formazione lavoro).

I progetti realizzati dal 1994 al 1998 sono stati moltissimi e anche significativi, ed hanno riguardato i diversi aspetti del settore educativo (dall’organizzazione dei servizi, alle problematiche inerenti l’innovazione didattica). Tutti i progetti sono stati monitorati con verifiche di carattere finanziario, con attenzione alle attività svolte ed agli obbiettivi da raggiungere. Un aspetto qualificante è stata la sorveglianza svolta dalle Province per assicurare l’efficacia degli interventi proposti dai Comuni, Comunità Montane o scuole, oltre alla sorveglianza in itinere svolta dall’équipe di area, per apportare eventuali modifiche e riorientare le azioni dei progetti stessi. La verifica effettuata dalle Province è stata attuata per mezzo di relazioni annuali elaborate secondo procedure adottate di comune accordo.

 

Autonomia scolastica e progettazione di area

La progettazione di area rappresenta un tema storicamente caro alle amministrazioni locali dell’Empolese-Valdelsa: si tratta di un orizzonte molto largo, che include numerosi soggetti istituzionali, e non soltanto. Questa tradizione viene da lontano ed ha accompagnato e sostenuto, nel tempo, una notevole crescita della scuola sempre nell’idea di una estesa partecipazione al progetto educativo, coinvolgendo gli insegnanti, i genitori, il mondo giovanile, il mondo del lavoro e delle aziende, le risorse del territorio. Il grande disegno di un sistema formativo allargato alle famiglie, agli enti locali, all’associazionismo e alle aziende ha trovato, nella zona empolese, le sue prime modalità di realizzazione tra le più significative e stimolanti. Questo disegno oggi è pronto a recepire anche la sfida dell’autonomia scolastica, se non addirittura a precederla nella capacità organizzativa della progettazione e del coordinamento, nella funzionalità degli aspetti operativi, nel dispositivo autocritico della documentazione e della socializzazione delle esperienze, atteggiamenti, questi, che non sempre trovano nella scuola il terreno più adatto per sedimentarsi.
A proposito del rapporto tra scuola e territorio, in una ricerca di alcuni anni fa, coordinata da Franco Frabboni, alcuni studiosi facevano il punto sul cosiddetto Sistema Formativo Integrato, che oggi rappresenta un modello educativo largamente riconosciuto anche se non sempre bene applicato nelle singole realtà locali. In quel volume, che risale al lontano 1988, si parlava infatti di «alleanza tra le agenzie formative storiche, permanenti, intenzionalmente educative: scuola famiglia Enti locali Associazionismo. Un ‘quadrilatero-integrato’ – questo – chiamato a perseguire una persistente reciprocità dialettica, secondo linee di complementarietà e interdipendenza, delle ‘specifiche’ connotazioni formative (più rivolta all’istruzione la scuola, alla vita etico/affettiva la famiglia, all’informazione/acculturazione gli Enti locali, alla socializzazione/creatività l’Associazionismo)»
[1].

Oggi, la scommessa che è alla base di un Sistema Formativo Integrato si gioca anche sulle modalità con cui una progettazione di interventi finalizzati riesca a coniugare l’autonomia e la flessibilità con il tema del diritto allo studio, trasformando quest’ultimo nel diritto ad un buono studio, cioè ad una scuola di livello avanzato, aggiornata sui metodi e sui contenuti; attenta agli sviluppi e agli effetti che un avviamento agli studi qualitativamente elevato implica nella prosecuzione della carriera scolastica.
È allora necessario intrecciare l’autonomia scolastica con la realtà sociale, con il territorio, con le politiche educative degli enti locali. Utilizzare cioè questa prerogativa che la scuola ha oggi acquisito affinché essa possa attuare un consapevole governo di sé, certamente più competitivo, ma sicuramente più motivante dentro la dinamica dei progetti, delle proposte, delle iniziative ad ampio raggio. Il P.I.A dovrebbe essere dunque un laboratorio funzionale e polifunzionale, una vera comunità di proposte educative, quello che è stato definito sistema formativo integrato, in cui dovremmo in futuro vedere affiancate varie dinamiche.
In primo luogo la formazione in servizio, anche attraverso modelli di aggiornamento concepiti come laboratori in loco, direttamente presso le scuole e per quelle scuole in cui certi progetti rappresentano una tradizione ma che non possono essere delegati unicamente agli esperti-animatori.
In secondo luogo, la risposta alle emergenze sociali: e qui è fondamentale negli enti locali la sinergia tra chi si occupa di politiche sociali e chi invece amministra la pubblica istruzione. Il fenomeno dell’immigrazione sta infatti facendo riemergere l’immagine della scuola come servizio sociale che deve offrire delle risposte coordinate e coerenti con il territorio in favore della integrazione multiculturale.
Infine, i laboratori, intesi come metafore di una didattica dell’atelier, di una didattica dell’invenzione creativa e, perché no, della relazione e delle spinte coinvolgenti sul piano emotivo, oltre che cognitivo. Luoghi della mente, della mano, della voce, dei linguaggi verbali e della comunicazione, ma – nel caso della multimedialità – anche occasioni per mettere a fuoco le potenzialità di un nuovo modello di cooperazione.

 

Il dialogo con il territorio

Un obiettivo che è stato prioritario nella progettazione di area nell’empolese è stato quello di riqualificare e valorizzare il territorio, l’ambiente, la storia, la tradizione locale come una possibilità di scoperta della propria identità, di un’identità da condividere con le altre e tra le altre presenti nella realtà sociale della nostra zona. Il territorio diventa in questo senso uno spazio di aggregazione; un palcoscenico della convivenza, del dialogo, del confronto culturale. Può diventare un oggetto di scambio e un’opportunità affinché le culture si aggreghino dentro quell’orizzonte comune che è la città, la rete dei servizi offerti dagli enti locali.
Questa tipologia è al centro del progetto collegato alla multimedialità: Non tanto il laboratorio di informatica, ma una metodologia della ricerca intorno alle radici storico-culturali; alla dimensione produttiva, economica e artigianale; all’offerta turistica che scaturisce dalla realtà museale del territorio empolese.
Questo in sintesi il lavoro che abbiamo proposto alle scuole medie dei cinque Comuni, proprio allo scopo di valorizzare e incentivare una scoperta dello spazio culturale della pólis, della città intesa poi come cittadinanza e luogo di incontro. Perché il disagio nasce anche da una perdita dell’identità, da un’assenza dell’identità culturale, dal non conoscere le risorse e le potenzialità educative e di aggregazione della propria città.
Per questo motivo abbiamo individuato la necessità di coinvolgere nel progetto della multimedialità anche e soprattutto i servizi che fanno da corredo a una ricerca del sé «culturale», come il Museo (la Pinacoteca di Sant’Andrea di Empoli; il Museo Leonardiano di Vinci; il Museo della Ceramica di Montelupo F.no); a Biblioteca Comunale; la Banca Intercomunale degli Audiovisivi; la Sezione didattica dei beni culturali.

 

L’integrazione sociale

Finora abbiamo parlato, anche se indirettamente, di un’integrazione delle discipline, dei saperi, dei contenuti. Ma il P.I.A empolese è stato – e questo grazie all’opportunità fornita in particolare dai Comuni di Empoli, Cerreto Guidi e Vinci – anche un’occasione di crescita sul versante dell’integrazione sociale e interculturale. Mi riferisco in particolare al progetto di Sostegno linguistico ai bambini figli di immigrati, che in questi anni si è guadagnato un posto di tutto rispetto nel panorama regionale, e non soltanto regionale.
L’immigrazione – soprattutto quella extra comunitaria – è comunque un disagio, un disagio cronico che rischia poi di sfociare in atteggiamenti di sospetto, ostilità, emarginazione, razzismo. Dobbiamo dire grazie quindi all’attenzione che i Comuni di Empoli, Cerreto Guidi e Vinci hanno mostrato, già sul nascere, verso questo fenomeno, aggredendolo immediatamente con un progetto pilota che ha consentito in pochi anni di attivare tutta una serie di risorse, sia economiche ma soprattutto professionali e umane. Il ruolo del Centro Studi «Bruno Ciari» è stato quello del coordinamento operativo, del raccordo con gli insegnanti, dell’attivazione dei laboratori di insegnamento linguistico, della documentazione, della costituzione di un Gruppo Intercultura che ha lavorato in direzione dell’auto-aggiornamento e della verifica, ma anche in quello più qualificante della elaborazione di metodologie didattiche e delle strategie operative[2].

 

La prevenzione

E qui veniamo all’ultima tessera del Progetto Integrato di Area: quello della prevenzione. Promuovere il diritto allo studio significa agire contro la dispersione scolastica; significa andare in maniera frontale contro la patologia cronica della scuola italiana, che è l’abbandono degli studi, magari dopo continue ripetenze, cambiamenti di scuola, recupero frettoloso di anni scolastici e quindi definitiva, prematura estinzione degli studi.
Uno strumento fondamentale di prevenzione è quello dell’orientamento agli studi, una procedura che solo in questi ultimi anni la secondaria superiore ha iniziato a condurre con una certa regolarità.
Tuttavia l’orientamento non dovrebbe fermarsi a un semplice indirizzo, a indicare il numero di telefono della scuola o a segnalare alle famiglie che il ragazzo è adatto all’Istituto Tecnico per Geometri. Orientamento significa invece monitoraggio costante e individualizzato sul rendimento scolastico; significa interventi mirati nel caso delle difficoltà che si incontrano per strada, in modo tale da recuperare con sufficiente agilità. 
Orientamento significa per la scuola proporsi sul territorio con i propri POF, anche attraverso i canali della comunicazione telematica. Una volta erano i genitori che andavano ad informarsi a scuola sui piani di studio, ecc. Oggi molte scuole hanno attivato forme di comunicazione più diretta con le famiglie, anche grazie allo strumento telematico. Ecco alcune proposte su come operare: 1) una formazione approfondita ma veloce, full immersion, sui vantaggi della comunicazione telematica sulla posta elettronica e su Internet destinati ai segretari, ai funzionari delle segreterie e ai dirigenti scolastici, nonché ai funzionari e ai dirigenti dei Comuni. 2) Favorire e moltiplicare in questo modo la comunicazione e il raccordo, il passaggio dei dati statistici, il monitoraggio. 

 

La struttura assente

Che cosa manca ancora nella progettazione integrata di area? Molte cose ovviamente. Il dato più sconcertante è certamente lo scollamento tra la scuola dell’obbligo e la secondaria superiore. Ed è un anello delicato, importante, quello che viene a mancare. Perché la dispersione è più alta proprio in quel sottile crinale che è il passaggio dalla media inferiore alla media superiore, e dal biennio al triennio della secondaria. 
Il progetto dell’area empolese è oggi una realtà che possiede al proprio interno una forte crescita potenziale: trasformare questa energia potenziale in un vettore dell’intervento extrascolastico non è semplice, e tuttavia questa è una strada che si sta percorrendo con esiti senz’altro positivi. 

Ma dov’è che i Progetti Integrati di Area perdono la loro funzione? In termini istituzionali: quando le amministrazioni locali si sottraggono alla progettazione integrata, credendo di affidare unicamente alla scuola il compito e la responsabilità degli interventi, sia sotto il profilo della programmazione che per quanto concerne la realizzazione operativa. I P.I.A sono uno strumento essenziale per interventi pluriennali, improntati alla continuità educativa e alla prevenzione: se gli enti locali non riescono ad utilizzare in modo consapevole queste opportunità, evidentemente rinunciano, nei confronti dei giovani, anche alla possibilità di rilanciare la città come offerta di servizi e di occasioni formative.

In termini didattici
: quando non si attua quell’intreccio creativo, e carico di energie pedagogiche, che dovrebbe invece realizzarsi tra la ricerca e la formazione continua dei docenti; tra la dimensione operativa dei laboratori e la consapevolezza socio-educativa e territoriale del progetto.

 

La continuità nell’autonomia

Il P.I.A empolese – nel quadriennio 1997-2000 si è caratterizzato – per una forte continuità rispetto agli interventi pregressi e alla tradizione dell’extrascuola, in quanto i bisogni che sono emersi nelle singole realtà scolastiche e locali hanno spinto l’équipe integrata a potenziare il lavoro già svolto, sia in direzione del disagio che in quella della formazione in servizio e del monitoraggio. Inoltre, l’attività laboratoriale che è stata progettata con le scuole si è rivolta in maniera specifica alle classi in cui è stato evidenziato un effettivo bisogno di coinvolgimento didattico, allo scopo di colpire subito talune situazioni di disagio scolastico.

Il P.I.A è nato quindi a stretto contatto dei bisogni indicati dalla scuola:

  • il rinnovamento delle metodologie di insegnamento,

  • l’acquisizione da parte degli insegnanti di competenze didattiche, tecniche e operative,

  • la produzione di materiali di documentazione;

  • i laboratori, in cui gli allievi siano i principali protagonisti dell’esperienza;

  • l’integrazione delle risorse in funzione dei progetti fondamentali che la scuola coordina (ad esempio l’insegnamento della lingua italiana ai bambini stranieri.

L’apporto dell’Ente locale non si è limitato però al semplice trasferimento di finanziamenti, in quanto sia l’Ufficio Scuola che l’Ufficio Politiche sociali dei cinque Comuni dell’area empolese (Empoli, Capraia e Limite, Cerreto Guidi, Montelupo F.no, Vinci), hanno elaborato interessanti strategie di coordinamento interistituzionale sui progetti (Monitoraggio dei dati sulla dispersione; Sostegno linguistico ai bambini figli di immigrati, integrazione sui progetti laboratoriali), coinvolgendo le scuole, il Provveditorato agli Studi, le associazioni, l’Agenzia Formativa del Circondario, gli insegnanti – attraverso una programmazione integrata che ha valorizzato il loro intervento, le competenze, il desiderio di rinnovamento.
Il P.I.A ha messo a fuoco alcuni orientamenti principali attraverso i quali abbiamo inteso affrontare il tema del disagio scolastico, dello svantaggio socio-culturale, dell’orientamento.

  • Il diritto allo studio e alla qualità dello studio, attraverso il potenziamento delle competenze degli insegnanti e un’accurata attività di formazione in servizio. Corsi di aggiornamento): 1) sulla pedagogia interculturale; 2) sulla metodologia della ricerca storico-artistica del territorio (media inferiore); 3) sul metodo di studio nella secondaria superiore.

  • La ricerca culturale del territorio e sul territorio, allo scopo di valorizzare i contenuti del proprio vissuto.

  • L’educazione interculturale e l’azione contro lo svantaggio linguistico.

  • L’attività nelle biblioteche, nelle scuole elementari e medie inferiori attraverso il laboratorio della lettura ad alta voce (un progetto di continuità elementare-media).

  • Il monitoraggio e la ricerca delle cause locali della dispersione scolastica, in particolare nella secondaria superiore.

In particolare quest’ultimo aspetto – quello del monitoraggio della dispersione scolastica – è un nuovo ambito di ricerca delle attività del Centro Studi «Bruno Ciari» e si inserisce, a partire dall’anno scolastico 1997-98, nella strutturazione del P.I.A empolese.
Dal Seminario di studio sulla Dispersione scolastica nell’Empolese, promosso dal Centro Studi «Bruno Ciari»
[3] sono emersi alcuni dati molto interessanti che, da un lato, qualificano il lavoro del P.I.A, e dall’altro, rilanciano le prospettive dei Piani Integrati di Area verso la frontiera della dispersione, delle sue cause, delle possibili terapie.

Abbiamo inoltre dialogato
strettamente con i temi dell’autonomia scolastica, stringendo forti legami con le scuole attivando laboratori di studio e di metodologia della ricerca storico-artistica legati al territorio di Empoli, Vinci e Montelupo F.no, in cui forte è la presenza di tracce culturali estremamente significative. In questo modo è stato possibile coinvolgere le classi che hanno dato vita a questo sottoprogetto in modo da attivare laboratori sulla storia del territorio, sulle tracce culturali e artistiche, sulla dimensione economica, sulla realtà artigianale e produttiva dell’area empolese (il vetro, la ceramica), invitando gli alunni a un più stretto utilizzo delle risorse locali (la biblioteca, il museo, la memoria orale).
Questo particolare intervento ha posto all’attenzione degli allievi la forte e qualificata presenza sul territorio dell’istruzione professionale: la Scuola di Ceramica, l’Agenzia Formativa dell’Empolese-Valdelsa.

 

In che senso si è modificato il P.I.A empolese

Il Progetto Integrato di Area dell’empolese si è trasformato moltiplicandosi in una pluralità di interventi molto più mirati e differenziati. Siamo usciti, ad esempio, dalla logica un po’ riduttiva dell’acquisto dei materiali da lasciare in dotazione ai laboratori; siamo usciti dalle iniziative mirate, seppure occasionali, di una certa intercultura fatta attraverso i momenti di incontro, di festa e di socializzazione, che pure hanno avuto il merito di gettare le basi di quella che oggi è una realtà assai più complessa e problematica, ma anche più ricca e rassicurante sotto il profilo della certezze delle esperienze acquisite.
Il P.I.A dell’empolese ha cominciato a interagire, per esempio, con il sociale, con i nuovi epistemi, con i gruppi di lavoro rappresentati dagli insegnanti; ha cominciato a fare ricerca, recuperando una tradizione che è propria del Centro Studi «Bruno Ciari» fin dagli inizi. Inoltre – e questo è un connotato che esprime una flessibilità nuova rispetto al passato – il P.I.A ha saputo interagire e intrecciarsi con la forte proliferazione legislativa in campo scolastico e sociale, tipica di questi anni: e così i progetti si sono in qualche modo sposati e intersecati tra loro, hanno assunto sfumature e prospettive concomitanti, coincidenti. Tutto ciò è stato possibile perché è andata crescendo l’esigenza politica di una integrazione delle risorse e dei soggetti coinvolti. I progetti si sono consorziati tra loro attraverso gli accordi di programma, ricevendo anche maggiori finanziamenti, diversificando e aumentando la proposta degli interventi formativi. La coerente strategia che lega il P.I.A empolese, pur con tutti i limiti che essa manifesta, ha tuttavia consentito di sviluppare una rete di iniziative molto interessanti, ottenendo incoraggianti consensi sia presso le amministrazioni locali che da parte delle scuole.

Nel periodo 1997-2000, il P.I.A empolese ha molto diversificato i suoi interventi, attraverso una deframmentazione dei progetti, e anche al loro interno le singole iniziative hanno mostrato una forte capacità di ulteriore frazionamento. In sintesi potremmo individuare:

  • interventi di programmazione-progettazione;

  • interventi di tipo laboratoriale;

  • i laboratori del cognitivo;

  • i laboratori dello svantaggio linguistico e dell’integrazione;

  • i laboratori dell’animazione e della lettura;

  • interventi di documentazione (con i materiali che oggi presentiamo; con i materiali che provengono dal Sostegno linguistico);

  • interventi di formazione in servizio e di auto-aggiornamento (sostegno linguistico; Gruppo Intercultura; multimedialità, il metodo di studio nella scuola secondaria);

  • interventi di monitoraggio e di ricerca (con la giornata di riflessione sulla Dispersione scolastica e con i dati che abbiamo raccolto ed elaborato nell’ambito di un Osservatorio del Processo Formativo che stiamo costruendo ad hoc della situazione zonale).

 

Note


[1]. F. Frabboni (a cura di), Un’educazione possibile. Il sistema formativo tra «policentrismo» e «specialismo», Firenze, La Nuova Italia, 1988, p. VIII. A questo proposito, scrive Frabboni, «il concetto di sistema formativo integrato – inteso come ipotesi pedagogica di interazione/reciprocità formativa tra scuola e ambiente, tra cultura del «dentro/scuola» e cultura del «fuori/scuola» – ha acquisito in questi ultimi vent’anni in Italia una triplice legittimazione: istituzionale, pedagogica, didattica. L’ampio consenso – culturale e scientifico – che si è venuto condensando attorno a questo modello di cambiamento ha elevato la prospettiva del SFI a vero e proprio ‘traguardo’ della politica scolastica e culturale italiana per il duemila. 1. La legittimazione istituzionale. – La ricerca pedagogica (ha sancito la dignità formativa del territorio sociale e naturale esterno alla scuola: il ‘mattone’ (la città) e il ‘ciuffo d’erba’ (il paesaggio); inteso sia come aula didattica decentrata (gli spazi didattici ‘informali’, non-istituzionali: i luoghi sociali, commerciali, produttivi, paesaggistici), sia come laboratorio didattico (gli spazi didattici ‘formalizzati’, istituzionali: biblioteche, teatri, musei, sale culturali, spazi ludici). 2. La legittimazione pedagogica. – L’apertura che la scuola è chiamata ad istituire col territorio (sociale e naturale) si colora di valori pedagogici solamente quando questo viene elevato e apprezzato a ineliminabile ‘polo’ di interazione culturale e didattica, irrinunciabile primo libro di ‘lettura’ e di ‘scrittura’. L’ambiente è ricoperto prevalentemente di segni ‘antropologici’, in quanto sede/banca dei linguaggi, delle storie, delle biografie personali e sociali di cui è testimone l’allievo [...]. 3. La legittimazione didattica. – Il ‘credito didattico’ è la strategia vincente per fare sì che la scuola elevi le opportunità dell’ambiente informale (i territori sociali e naturali) e formalizzato (i servizi/botteghe culturali degli enti locali e dell’associazionismo) a reale contropartita culturale, a occasione di reciprocità formativa. Il credito didattico è la cerniera/ponte tra i percorsi formativi della scuola e quelli del fuori/scuola; è tramite la Programmazione che il credito didattico trova il suo spazio metodologico. Gli insegnanti sono chiamati a programmare per Unità e per Progetti didattici e a prevedere dove (in quale contesto didattico) dovranno essere svolti: in classe, nelle aule specializzate e nei laboratori, nelle aule didattiche decentrate di territorio. In quest’ultimo caso, la scuola ipotizza, con la programmazione, di dare in appalto all’allievo - in forma di credito - lo svolgimento nel fuori/scuola di Unità e di Progetti didattici (o di loro parti)». Cfr. F. Frabboni, Sì, l’educazione è possibile. Ma a un patto, in Un’educazione possibile. Il sistema formativo tra «policentrismo» e «specialismo», Firenze, La Nuova Italia, 1988, pp. 15-17.

[2]. Su questo argomento si vedano i materiali compresi nel volume Sostegno linguistico e integrazione. Il progetto per l’insegnamento della lingua italiana agli alunni stranieri nell’area empolese, Empoli, Centro Studi «Bruno Ciari», 2000, nonché il volume che raccoglie gli atti del convegno di studi svoltosi ad Empoli: Parole per dire parole per studiare. Una proposta di educazione interculturale per la scuola di base, a cura di C. Silva, Tirrenia, Edizioni Del Cerro, 2001.

[3] Il Seminario di studio sulla Dispersione scolastica nell’Empolese si è svolto giovedì 27 maggio 1999 e ha visto la partecipazione, oltre all’autore di queste pagine, del Sovrintendente regionale alla Pubblica istruzione, Prof. Antonio Di Florio; del Prof. Franco Cambi (docente di Filosofia dell’educazione, Università di Firenze); del Prof. Enzo Catarsi (docente di Pedagogia generale, Università d Firenze); del Prof. Franco Frabboni (docente di Pedagogia generale, Università di Bologna).

 

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