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I
Progetti Integrati di Area
di Carlo Mariani
Come
nasce la progettazione integrata di area
Con
le modifiche apportate nel 1993 alla legge regionale 53/81, l’obiettivo
prioritario delle politiche regionali è stato quello di contribuire al successo
scolastico, avendo ormai da tempo garantito – come del resto è già indicato
nel rapporto sul diritto allo studio in Toscana del giugno 1992 – l’accesso
scolastico all’utenza delle zone più marginali della regione. La novità
principale del Piano d’Indirizzo per i diritto allo studio 1994/1996 è stata
l’introduzione della Progettazione Integrata di Area per combattere i fenomeni
di disagio scolastico e di dispersione, che, seppur limitati, sono presenti
anche nella nostra regione, ma soprattutto per elevare la qualità degli studi e
la produttività del sistema educativo nel suo complesso e di conseguenza il
successo scolastico degli studenti, ritenendo strumenti utili l’integrazione,
la continuità educativa, il rapporto con il territorio ossia gli elementi
fondanti di un sistema educativo integrato. I Progetti Integrati di Area
d’altra parte, ben accolti dal territorio (gli enti locali in Toscana hanno
svolto un ruolo centrale in materia scolastica fino dagli anni Sessanta) sono
stati uno strumento importante per favorire i nuovi percorsi delineati dalle
ultime novità legislative (dal decentramento, all’autonomia scolastica,
all’integrazione istruzione formazione lavoro).
I
progetti realizzati dal 1994 al 1998 sono stati moltissimi e anche
significativi, ed hanno riguardato i diversi aspetti del settore educativo
(dall’organizzazione dei servizi, alle problematiche inerenti l’innovazione
didattica). Tutti i progetti sono stati monitorati con verifiche di carattere
finanziario, con attenzione alle attività svolte ed agli obbiettivi da
raggiungere. Un aspetto qualificante è stata la sorveglianza svolta dalle
Province per assicurare l’efficacia degli interventi proposti dai Comuni,
Comunità Montane o scuole, oltre alla sorveglianza in itinere svolta dall’équipe
di area, per apportare eventuali modifiche e riorientare le azioni dei progetti
stessi. La verifica effettuata dalle Province è stata attuata per mezzo di
relazioni annuali elaborate secondo procedure adottate di comune accordo.
Autonomia
scolastica e progettazione di area
La
progettazione di area rappresenta un tema storicamente caro alle amministrazioni
locali dell’Empolese-Valdelsa: si tratta di un orizzonte molto largo, che
include numerosi soggetti istituzionali, e non soltanto. Questa tradizione viene
da lontano ed ha accompagnato e sostenuto, nel tempo, una notevole crescita
della scuola sempre nell’idea di una estesa partecipazione al progetto
educativo, coinvolgendo gli insegnanti, i genitori, il mondo giovanile, il mondo
del lavoro e delle aziende, le risorse del territorio. Il grande disegno di un
sistema formativo allargato alle famiglie, agli enti locali,
all’associazionismo e alle aziende ha trovato, nella zona empolese, le sue
prime modalità di realizzazione tra le più significative e stimolanti. Questo
disegno oggi è pronto a recepire anche la sfida dell’autonomia scolastica, se
non addirittura a precederla nella capacità organizzativa della progettazione e
del coordinamento, nella funzionalità degli aspetti operativi, nel dispositivo
autocritico della documentazione e della socializzazione delle esperienze,
atteggiamenti, questi, che non sempre trovano nella scuola il terreno più
adatto per sedimentarsi.
A
proposito del rapporto tra scuola e territorio, in una ricerca di alcuni anni
fa, coordinata da Franco Frabboni, alcuni studiosi facevano il punto sul
cosiddetto Sistema Formativo Integrato, che oggi rappresenta un modello
educativo largamente riconosciuto anche se non sempre bene applicato nelle
singole realtà locali. In quel volume, che risale al lontano 1988, si parlava
infatti di «alleanza tra le agenzie formative storiche, permanenti,
intenzionalmente educative: scuola famiglia
Enti locali Associazionismo.
Un ‘quadrilatero-integrato’ – questo – chiamato a perseguire una
persistente reciprocità dialettica, secondo linee di complementarietà e
interdipendenza, delle ‘specifiche’ connotazioni formative (più rivolta
all’istruzione la scuola, alla vita etico/affettiva
la famiglia, all’informazione/acculturazione
gli Enti locali, alla socializzazione/creatività
l’Associazionismo)».
Oggi,
la scommessa che è alla base di un Sistema Formativo Integrato si gioca anche
sulle modalità con cui una progettazione di interventi finalizzati riesca a
coniugare l’autonomia e la flessibilità con il tema del diritto allo studio,
trasformando quest’ultimo nel diritto ad un buono
studio, cioè ad una scuola di livello avanzato, aggiornata sui metodi e sui
contenuti; attenta agli sviluppi e agli effetti che un avviamento agli studi
qualitativamente elevato implica nella prosecuzione della carriera scolastica.
È
allora necessario intrecciare
l’autonomia scolastica con la realtà sociale, con il territorio, con le
politiche educative degli enti locali. Utilizzare cioè questa prerogativa che
la scuola ha oggi acquisito affinché essa possa attuare un consapevole governo
di sé, certamente più competitivo, ma sicuramente più motivante dentro la
dinamica dei progetti, delle proposte, delle iniziative ad ampio raggio. Il
P.I.A dovrebbe essere dunque un laboratorio
funzionale e polifunzionale, una vera comunità
di proposte educative, quello che è stato definito sistema formativo
integrato, in cui dovremmo in futuro vedere affiancate varie dinamiche.
In
primo luogo la formazione in servizio,
anche attraverso modelli di aggiornamento concepiti come laboratori in loco, direttamente presso
le scuole e per quelle scuole in cui certi progetti rappresentano una
tradizione ma che non possono essere delegati unicamente agli esperti-animatori.
In
secondo luogo, la risposta alle emergenze
sociali: e qui è fondamentale negli enti locali la sinergia tra chi si
occupa di politiche sociali e chi invece amministra la pubblica istruzione. Il
fenomeno dell’immigrazione sta infatti facendo riemergere l’immagine della
scuola come servizio sociale che deve offrire delle risposte coordinate e
coerenti con il territorio in favore della integrazione multiculturale.
Infine,
i laboratori, intesi come metafore di
una didattica dell’atelier, di una
didattica dell’invenzione creativa e, perché no, della relazione e delle
spinte coinvolgenti sul piano emotivo, oltre che cognitivo. Luoghi della mente,
della mano, della voce, dei linguaggi verbali e della comunicazione, ma – nel
caso della multimedialità – anche occasioni per mettere a fuoco le
potenzialità di un nuovo modello di cooperazione.
Il
dialogo con il territorio
Un
obiettivo che è stato prioritario nella progettazione di area nell’empolese
è stato quello di riqualificare e valorizzare il territorio, l’ambiente, la
storia, la tradizione locale come una possibilità di scoperta della propria
identità, di un’identità da condividere con le altre e tra le altre presenti
nella realtà sociale della nostra zona. Il territorio
diventa in questo senso uno spazio di
aggregazione; un palcoscenico della convivenza, del dialogo, del confronto
culturale. Può diventare un oggetto di
scambio e un’opportunità affinché le culture si aggreghino dentro
quell’orizzonte comune che è la città, la rete dei servizi offerti dagli
enti locali.
Questa
tipologia è al centro del progetto collegato alla multimedialità: Non tanto il
laboratorio di informatica, ma una metodologia della ricerca intorno alle radici
storico-culturali; alla dimensione produttiva, economica e artigianale;
all’offerta turistica che scaturisce dalla realtà museale del territorio
empolese.
Questo
in sintesi il lavoro che abbiamo proposto alle scuole medie dei cinque Comuni,
proprio allo scopo di valorizzare e incentivare una scoperta dello spazio
culturale della pólis, della città
intesa poi come cittadinanza e luogo di incontro. Perché il disagio nasce anche
da una perdita dell’identità, da un’assenza dell’identità culturale, dal
non conoscere le risorse e le potenzialità educative e di aggregazione della
propria città.
Per
questo motivo abbiamo individuato la necessità di coinvolgere nel progetto
della multimedialità anche e soprattutto i servizi che fanno da corredo a una
ricerca del sé «culturale», come il Museo
(la Pinacoteca di Sant’Andrea di Empoli; il Museo Leonardiano di Vinci; il
Museo della Ceramica di Montelupo F.no); a Biblioteca
Comunale; la Banca Intercomunale degli
Audiovisivi; la Sezione didattica dei
beni culturali.
L’integrazione
sociale
Finora
abbiamo parlato, anche se indirettamente, di un’integrazione delle discipline,
dei saperi, dei contenuti. Ma il P.I.A empolese è stato – e questo grazie
all’opportunità fornita in particolare dai Comuni di Empoli, Cerreto Guidi e
Vinci – anche un’occasione di crescita sul versante dell’integrazione
sociale e interculturale. Mi riferisco in particolare al progetto di Sostegno linguistico ai bambini figli di immigrati, che in questi
anni si è guadagnato un posto di tutto rispetto nel panorama regionale, e non
soltanto regionale.
L’immigrazione
– soprattutto quella extra comunitaria – è comunque un disagio, un disagio
cronico che rischia poi di sfociare in atteggiamenti di sospetto, ostilità,
emarginazione, razzismo. Dobbiamo dire grazie quindi all’attenzione che i
Comuni di Empoli, Cerreto Guidi e Vinci hanno mostrato, già sul nascere, verso
questo fenomeno, aggredendolo immediatamente con un progetto pilota che ha
consentito in pochi anni di attivare tutta una serie di risorse, sia economiche
ma soprattutto professionali e umane. Il ruolo del Centro Studi «Bruno Ciari»
è stato quello del coordinamento operativo, del raccordo con gli insegnanti,
dell’attivazione dei laboratori di insegnamento linguistico, della
documentazione, della costituzione di un Gruppo Intercultura che ha lavorato in
direzione dell’auto-aggiornamento e della verifica, ma anche in quello più
qualificante della elaborazione di metodologie didattiche e delle strategie
operative].
La
prevenzione
E
qui veniamo all’ultima tessera del Progetto Integrato di Area: quello della
prevenzione. Promuovere il diritto allo studio significa agire contro la
dispersione scolastica; significa andare in maniera frontale contro la patologia
cronica della scuola italiana, che è l’abbandono degli studi, magari dopo
continue ripetenze, cambiamenti di scuola, recupero frettoloso di anni
scolastici e quindi definitiva, prematura estinzione degli studi.
Uno
strumento fondamentale di prevenzione è quello dell’orientamento agli studi,
una procedura che solo in questi ultimi anni la secondaria superiore ha iniziato
a condurre con una certa regolarità.
Tuttavia
l’orientamento non dovrebbe fermarsi a un semplice indirizzo, a indicare il
numero di telefono della scuola o a segnalare alle famiglie che il ragazzo è
adatto all’Istituto Tecnico per Geometri. Orientamento significa invece monitoraggio costante e individualizzato sul rendimento scolastico;
significa interventi mirati nel caso
delle difficoltà che si incontrano per strada, in modo tale da recuperare con
sufficiente agilità.
Orientamento
significa per la scuola proporsi sul territorio con i propri POF, anche
attraverso i canali della comunicazione telematica. Una volta erano i genitori
che andavano ad informarsi a scuola sui piani di studio, ecc. Oggi molte scuole
hanno attivato forme di comunicazione più diretta con le famiglie, anche grazie
allo strumento telematico. Ecco alcune proposte su come operare: 1) una
formazione approfondita ma veloce, full
immersion, sui vantaggi della comunicazione telematica sulla posta elettronica e su Internet
destinati ai segretari, ai funzionari delle segreterie e ai dirigenti
scolastici, nonché ai funzionari e ai dirigenti dei Comuni. 2) Favorire e
moltiplicare in questo modo la comunicazione e il raccordo, il passaggio dei
dati statistici, il monitoraggio.
La
struttura assente
Che
cosa manca ancora nella progettazione integrata di area? Molte cose ovviamente.
Il dato più sconcertante è certamente lo scollamento tra la scuola
dell’obbligo e la secondaria superiore. Ed è un anello delicato, importante,
quello che viene a mancare. Perché la dispersione è più alta proprio in quel
sottile crinale che è il passaggio dalla media inferiore alla media superiore,
e dal biennio al triennio della secondaria.
Il
progetto dell’area empolese è oggi una realtà che possiede al proprio
interno una forte crescita potenziale: trasformare questa energia potenziale in
un vettore dell’intervento extrascolastico non è semplice, e tuttavia questa
è una strada che si sta percorrendo con esiti senz’altro positivi.
Ma
dov’è che i Progetti Integrati di Area perdono la loro funzione? In
termini istituzionali: quando le amministrazioni locali si sottraggono alla
progettazione integrata, credendo di affidare unicamente alla scuola il compito
e la responsabilità degli interventi, sia sotto il profilo della programmazione
che per quanto concerne la realizzazione operativa. I P.I.A sono uno strumento
essenziale per interventi pluriennali, improntati alla continuità educativa e
alla prevenzione: se gli enti locali non riescono ad utilizzare in modo
consapevole queste opportunità, evidentemente rinunciano, nei confronti dei
giovani, anche alla possibilità di rilanciare la città come offerta di servizi
e di occasioni formative.
In termini didattici: quando non si attua quell’intreccio creativo, e
carico di energie pedagogiche, che dovrebbe invece realizzarsi tra la ricerca e
la formazione continua dei docenti; tra la dimensione operativa dei laboratori e
la consapevolezza socio-educativa e territoriale del progetto.
La
continuità nell’autonomia
Il
P.I.A empolese – nel quadriennio 1997-2000 si è
caratterizzato – per una forte continuità rispetto agli interventi pregressi
e alla tradizione dell’extrascuola, in quanto i bisogni che sono emersi nelle
singole realtà scolastiche e locali hanno spinto l’équipe integrata a
potenziare il lavoro già svolto, sia in direzione del disagio che in quella
della formazione in servizio e del monitoraggio. Inoltre, l’attività
laboratoriale che è stata progettata con le scuole si è rivolta in maniera
specifica alle classi in cui è stato evidenziato un effettivo
bisogno di coinvolgimento didattico, allo scopo di colpire subito talune
situazioni di disagio scolastico.
Il
P.I.A è nato quindi a stretto
contatto
dei bisogni indicati dalla scuola:
-
il
rinnovamento delle metodologie di
insegnamento,
-
l’acquisizione
da parte degli insegnanti di competenze
didattiche, tecniche e operative,
-
la
produzione di materiali di documentazione;
-
i
laboratori, in cui gli allievi
siano i principali protagonisti dell’esperienza;
-
l’integrazione
delle risorse in
funzione dei progetti fondamentali che la scuola coordina (ad esempio
l’insegnamento della lingua italiana ai bambini stranieri.
L’apporto
dell’Ente locale non si è limitato però al semplice trasferimento di
finanziamenti, in quanto sia l’Ufficio Scuola che l’Ufficio Politiche
sociali dei cinque Comuni dell’area empolese (Empoli, Capraia e Limite,
Cerreto Guidi, Montelupo F.no, Vinci), hanno elaborato interessanti strategie di
coordinamento interistituzionale sui progetti (Monitoraggio dei dati sulla
dispersione; Sostegno linguistico ai bambini figli di immigrati, integrazione
sui progetti laboratoriali), coinvolgendo le scuole, il Provveditorato agli
Studi, le associazioni, l’Agenzia Formativa del Circondario, gli insegnanti
– attraverso una programmazione integrata che ha valorizzato il loro
intervento, le competenze, il desiderio di rinnovamento.
Il
P.I.A ha messo a fuoco alcuni orientamenti principali attraverso i quali abbiamo
inteso affrontare il tema del disagio scolastico, dello svantaggio
socio-culturale, dell’orientamento.
-
Il
diritto allo studio e alla qualità dello studio, attraverso il potenziamento
delle competenze degli insegnanti e un’accurata attività di formazione in
servizio. Corsi di aggiornamento): 1) sulla pedagogia interculturale; 2) sulla
metodologia della ricerca storico-artistica del territorio (media inferiore); 3)
sul metodo di studio nella secondaria superiore.
-
La
ricerca culturale del territorio e sul
territorio, allo scopo di valorizzare i contenuti del proprio vissuto.
-
L’educazione
interculturale e l’azione contro lo svantaggio linguistico.
-
L’attività
nelle biblioteche, nelle scuole elementari e medie inferiori attraverso il
laboratorio della lettura ad alta voce (un progetto di continuità
elementare-media).
-
Il
monitoraggio e la ricerca delle cause locali della dispersione scolastica, in
particolare nella secondaria superiore.
In
particolare quest’ultimo aspetto – quello del monitoraggio della dispersione
scolastica – è un nuovo ambito di ricerca delle attività del Centro Studi «Bruno
Ciari» e si inserisce, a partire dall’anno scolastico 1997-98, nella
strutturazione del P.I.A empolese.
Dal
Seminario di studio sulla Dispersione
scolastica nell’Empolese, promosso dal Centro Studi «Bruno Ciari»
sono emersi alcuni dati molto interessanti che, da un lato, qualificano il
lavoro del P.I.A, e dall’altro, rilanciano le prospettive dei Piani Integrati
di Area verso la frontiera della dispersione, delle sue cause, delle possibili
terapie.
Abbiamo
inoltre dialogato strettamente con i temi dell’autonomia scolastica,
stringendo forti legami con le scuole attivando laboratori di studio e di
metodologia della ricerca storico-artistica legati al territorio di Empoli,
Vinci e Montelupo F.no, in cui forte è la presenza di tracce culturali
estremamente significative. In questo modo è stato possibile coinvolgere le
classi che hanno dato vita a questo sottoprogetto in modo da attivare laboratori
sulla storia del territorio, sulle tracce culturali e artistiche, sulla
dimensione economica, sulla realtà artigianale e produttiva dell’area
empolese (il vetro, la ceramica), invitando gli alunni a un più stretto
utilizzo delle risorse locali (la biblioteca, il museo, la memoria orale).
Questo
particolare intervento ha posto all’attenzione degli allievi la forte e
qualificata presenza sul territorio dell’istruzione professionale: la Scuola
di Ceramica, l’Agenzia Formativa dell’Empolese-Valdelsa.
In
che senso si è modificato il P.I.A empolese
Il
Progetto Integrato di Area dell’empolese si è trasformato moltiplicandosi in
una pluralità di interventi molto più mirati e differenziati. Siamo usciti, ad
esempio, dalla logica un po’ riduttiva dell’acquisto dei materiali da
lasciare in dotazione ai laboratori; siamo usciti dalle iniziative mirate,
seppure occasionali, di una certa intercultura fatta attraverso i momenti di
incontro, di festa e di socializzazione, che pure hanno avuto il merito di
gettare le basi di quella che oggi è una realtà assai più complessa e
problematica, ma anche più ricca e rassicurante sotto il profilo della certezze
delle esperienze acquisite.
Il
P.I.A dell’empolese ha cominciato a interagire, per esempio, con il sociale,
con i nuovi epistemi, con i gruppi di lavoro rappresentati dagli insegnanti; ha
cominciato a fare ricerca, recuperando una tradizione che è propria del Centro
Studi «Bruno Ciari» fin dagli inizi. Inoltre – e questo è un connotato che
esprime una flessibilità nuova rispetto al passato – il P.I.A ha saputo
interagire e intrecciarsi con la forte proliferazione legislativa in campo
scolastico e sociale, tipica di questi anni: e così i progetti si sono in
qualche modo sposati e intersecati tra loro, hanno assunto sfumature e
prospettive concomitanti, coincidenti. Tutto ciò è stato possibile perché è
andata crescendo l’esigenza politica di una integrazione delle risorse e dei
soggetti coinvolti. I progetti si sono consorziati
tra loro attraverso gli accordi di programma, ricevendo anche maggiori
finanziamenti, diversificando e aumentando la proposta degli interventi
formativi. La coerente strategia che lega il P.I.A empolese, pur con tutti i
limiti che essa manifesta, ha tuttavia consentito di sviluppare una rete di
iniziative molto interessanti, ottenendo incoraggianti consensi sia presso le
amministrazioni locali che da parte delle scuole.
Nel
periodo 1997-2000, il P.I.A empolese ha molto diversificato i suoi interventi,
attraverso una deframmentazione dei progetti, e anche al loro interno le singole
iniziative hanno mostrato una forte capacità di ulteriore frazionamento. In
sintesi potremmo individuare:
-
interventi
di programmazione-progettazione;
-
interventi
di tipo laboratoriale;
-
i
laboratori del cognitivo;
-
i
laboratori dello svantaggio linguistico e dell’integrazione;
-
i
laboratori dell’animazione e della lettura;
-
interventi
di documentazione (con i materiali che
oggi presentiamo; con i materiali che provengono dal Sostegno linguistico);
-
interventi
di formazione in servizio e di
auto-aggiornamento (sostegno linguistico; Gruppo Intercultura; multimedialità,
il metodo di studio nella scuola secondaria);
-
interventi
di monitoraggio e di ricerca (con la
giornata di riflessione sulla Dispersione scolastica e con i dati che abbiamo
raccolto ed elaborato nell’ambito di un Osservatorio del Processo Formativo
che stiamo costruendo ad hoc della
situazione zonale).
Note
.
F. Frabboni (a cura di), Un’educazione
possibile. Il sistema formativo tra «policentrismo» e «specialismo»,
Firenze, La Nuova Italia, 1988, p. VIII. A questo proposito, scrive Frabboni,
«il concetto di sistema formativo integrato – inteso come ipotesi
pedagogica di interazione/reciprocità formativa tra scuola e ambiente, tra
cultura del «dentro/scuola» e cultura del «fuori/scuola» – ha
acquisito in questi ultimi vent’anni in Italia una triplice
legittimazione: istituzionale, pedagogica, didattica. L’ampio consenso –
culturale e scientifico – che si è venuto condensando attorno a questo
modello di cambiamento ha elevato la prospettiva del SFI a vero e proprio
‘traguardo’ della politica scolastica e culturale italiana per il
duemila. 1. La legittimazione istituzionale. – La ricerca pedagogica (ha
sancito la dignità formativa del territorio sociale e naturale esterno alla
scuola: il ‘mattone’ (la città) e il ‘ciuffo d’erba’ (il
paesaggio); inteso sia come aula didattica decentrata (gli spazi didattici
‘informali’, non-istituzionali: i luoghi sociali, commerciali,
produttivi, paesaggistici), sia come laboratorio didattico (gli spazi
didattici ‘formalizzati’, istituzionali: biblioteche, teatri, musei,
sale culturali, spazi ludici). 2. La legittimazione pedagogica. –
L’apertura che la scuola è chiamata ad istituire col territorio (sociale
e naturale) si colora di valori pedagogici solamente quando questo viene
elevato e apprezzato a ineliminabile ‘polo’ di interazione culturale e
didattica, irrinunciabile primo libro di ‘lettura’ e di ‘scrittura’.
L’ambiente è ricoperto prevalentemente di segni ‘antropologici’, in
quanto sede/banca dei linguaggi, delle storie, delle biografie personali e
sociali di cui è testimone l’allievo [...]. 3. La legittimazione
didattica. – Il ‘credito didattico’ è la strategia vincente per fare
sì che la scuola elevi le opportunità dell’ambiente informale (i
territori sociali e naturali) e formalizzato (i servizi/botteghe culturali
degli enti locali e dell’associazionismo) a reale contropartita culturale,
a occasione di reciprocità formativa. Il credito didattico è la
cerniera/ponte tra i percorsi formativi della scuola e quelli del
fuori/scuola; è tramite la Programmazione che il credito didattico trova il
suo spazio metodologico. Gli insegnanti sono chiamati a programmare per Unità
e per Progetti didattici e a prevedere dove (in quale contesto didattico)
dovranno essere svolti: in classe, nelle aule specializzate e nei
laboratori, nelle aule didattiche decentrate di territorio. In
quest’ultimo caso, la scuola ipotizza, con la programmazione, di dare in
appalto all’allievo - in forma di credito - lo svolgimento nel
fuori/scuola di Unità e di Progetti didattici (o di loro parti)». Cfr. F.
Frabboni, Sì, l’educazione è
possibile. Ma a un patto, in Un’educazione
possibile. Il sistema formativo tra «policentrismo» e «specialismo»,
Firenze, La Nuova Italia, 1988, pp. 15-17.
.
Su questo argomento si vedano i materiali compresi nel volume Sostegno
linguistico e integrazione. Il progetto per l’insegnamento della lingua
italiana agli alunni stranieri nell’area empolese, Empoli, Centro
Studi «Bruno Ciari», 2000, nonché il volume che raccoglie gli atti del
convegno di studi svoltosi ad Empoli: Parole
per dire parole per studiare. Una proposta di educazione interculturale per
la scuola di base, a cura di C. Silva, Tirrenia, Edizioni Del Cerro,
2001.
Il Seminario di studio sulla Dispersione
scolastica nell’Empolese si è svolto giovedì 27 maggio 1999 e ha
visto la partecipazione, oltre all’autore di queste pagine, del
Sovrintendente regionale alla Pubblica istruzione, Prof. Antonio Di Florio;
del Prof. Franco Cambi (docente di Filosofia dell’educazione, Università
di Firenze); del Prof. Enzo Catarsi (docente di Pedagogia generale,
Università d Firenze); del Prof. Franco Frabboni (docente di Pedagogia
generale, Università di Bologna).
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